Il re

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"Il re è fatto

dai suoi consiglieri"

 

Proverbio burundese

Immagine politica

 

di Angelo Inzoli

 

Questo non è un proverbio per tutti, ma solo per coloro che hanno ricevuto ed esercitano ruoli di potere. Nasce in terra africana, in una regione, l'antico Urundi (oggi Rwanda e Burundi), in cui l'occupazione coloniale di inizio 900 trovò una tradizione politica sconosciuta in Europa. In una regione di alture, poco adatta all'agricoltura, quasi completamente sconnessa con il resto del mondo, un popolo fiero organizzato in quattro etnie, aveva vissuto nell'isolamento per secoli. Un autarchia resasi necessaria per difendere il proprio capitale umano dalle razzie dei mercanti arabi di schiavi che dalle coste della Tanzania, da centinaia di anni, minacciavano le popolazioni della parte più irraggiungibile del continente africano. Una di queste quattro etnie, i Baganwa, aveva il compito di designare il re e per questo le famiglie che vi appartenevano erano definite con il nome di "faiseur de rois", quelli che "fanno i re". Noi diremmo oggi gli elettori dei re. Non è un caso che i Belgi, nella loro strategia di ridisegnare il volto politico amministrativo della regione decideranno di cancellare questa etnia e definire a tavolino i contorni e le condizioni di accesso della nuova elite di governo, diventando così di fatto loro i nuovi "fautori o creatori di re".

Se questo è il quadro storico, dobbiamo fare però attenzione: qui non si parla di coloro che fanno i re ma del fatto che il re è fatto dai suoi consiglieri. E' il re il soggetto del proverbio. E' dal suo punto di vista che vale il proverbio: il re, colui che è designato per un potere, deve tutto quello che è ai suoi consiglieri. Immaginate i capi, piccoli o grandi che siano: da Trump, a Conte, a Macron….sino ad arrivare ad un piccolo capo o al semplice presidente di una associazione o di cooperativa locale. Tutti costoro, per poter svolgere il loro compito, devo avvalersi di consiglieri e collaboratori: chi per la sicurezza, chi per le questioni economiche, chi per la comunicazione, cui per le strategia da seguire. Questi consiglieri a partire dal fatto che stanno vicini al capo, sono sottoposti ad una pressione più o meno grande in proporzione al ruolo che il loro capo gioca. Spessissimo si tratta di persone defilate, che vivono all'ombra, come si dice. A volte sono persone che hanno una competenza preclara. Più il capo ha un ego smisurato, più i suoi consiglieri devono apprendere l'arte di essere invisibili all'opinione pubblica. Più i loro consigli sono necessari, più devono apparire inesistenti, soprattutto quando il capo ha tratti di megalomania. Benché ognuno sostenga di sceglierseli in ragioni delle competenze di cui questi sono portatori, la psicologia del potere ci insegna che a volte il rischio che i potenti corrono è di cercare nei propri consiglieri semplicemente dei "rassicuratori". Alcuni di questi esercitano il loro ruolo con scrupolo, altri con sfacciataggine e senza scrupoli. Più rari e destinati ad un rapido declino quelli che dicono quello che pensano. E' chiaro che non sto pensando a Trump, ma sicuramente a qualcuno che gli somiglia.

I consiglieri, però, mentre consigliano il re sono nello stesso tempo persone che perseguono dei propri interessi. Quando il capo ha bisogno di essere sostenuto, i consiglieri lo fiutano subito: ne troviamo dunque di eccelsi nell'arte di adulare, di blandire, di confermare, ottenendo così poco alla volta di veder allargato il proprio campo di influenza in quanto "amici del re". Possono così millantare poteri che non hanno, vendere a caro prezzo spazi di incontro con il capo di cui conoscono abitudini e sensibilità. Essi diventano figure essenziali affinché certi dossier siano aperti e presi in considerazione dal capo. Ma loro funzione primaria sta nell'aprire le porte delle molti corti di potere di cui il nostro paese pullula. Senza un amico che ci faccia entrare nella stanza di quelli che contano in Italia si rischia non potersi iscrivere nemmeno alla lista di attesa come riders.

Le conclusione di questo proverbio sono due. Se siamo dei capi, facciamo bene attenzione a chi affidiamo il potere di consigliarci. Facciamo bene attenzione di chi ci circondiamo quando abbiamo delle responsabilità. Dedichiamo una parte delle nostre energie per supervisionare questo primo cerchio del potere, non per diventare dei controllori patologici, ma perché la lungimiranza e il disinteresse dei consiglieri sia il massimo possibile. E' in gioco l'interesse di tutti, a partire da quello del capo. E, seconda conclusione, se abbiamo un capo ricordiamoci di guardare alla cerchia di coloro che si è messo vicino perché in questa scelta si gioca molto della qualità del suo governo e del suo essere capo. E' lui che costituisce la sua corte e che impone il modo con cui ci si debba comportare con lui. Dunque, per quanto un re si consideri grande, la sua grandezza si palesa più nella foto di gruppo del consiglio dei collaboratori stretti che nella foto di lui solo sulla poltrona del comando. E' tutto! E la prossima settimana … l'ultimo proverbio.

 

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