Lutti e merende

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brueghel 2"E' meglio andare

in una casa in lutto

che in una casa in festa"

 

Proverbio biblico

Dal libro del Qoelet 7,2

Immagine vita sociale

 

 di Angelo Inzoli

 

Questo è un proverbio emotivamente repellente, cioè - in una parola più semplice - antipatico. E dunque, intrigante. La chiave per coglierne il messaggio profondo sta in quella parola - "meglio" - che mette a confronto due situazioni diverse: il tempo del lutto e le occasioni di festa. Ebbene, ci dice l'eretico Qoelet, frequentare i funerali è meglio che andare alle feste.  Bizzarro messaggio! Eppure Qoelet benché inesorabile e impietoso nei suoi giudizi, ha l'ambizione di insegnarci a gustare la vita anche quando il suo gusto appare aspro. Ma per capire dobbiamo prenderci il tempo per visitare le due case qui indicate.

La casa in festa di cui parla questo proverbio è lo spazio di tutte le movide e le merende del mondo. Chi non ama frequentarle? Possiamo avere una vita arida e faticosa, una vita spenta e carica di tensioni, ma quando siamo ad una festa con i giusti compagni chi non prende fiato?  E se poi c'è lo spritz giusto, come dice la pubblicità con il Gorilla che parla in romanesco? La festa ci ricarica perché non ci fa pensare a quello che ci appesantisce. Basta una risata, un bicchiere di troppo, un ballo scatenato e ci sentiamo nuovamente abitanti di questo tempo. Durante le feste, da quelle di paese (con salamelle e fuochi d'artificio) a quelle tra Vip (con ostriche e champagne), noi ci sentiamo parte di un mondo che ci da senza toglierci nulla. Alcune sono boccate d'ossigeno. Altre sono fumo che stordisce, momenti magici, pause di divertimento, sul treno più bello del mondo, quello - come dice Jep Gambardella il protagonista de "La grande bellezza" di Sorrentino - che non va da nessuna parte!  Ma tanto vale: nella casa in festa ci si distrae come in una pausa fuggente durante un viaggio pesante. 

La casa in lutto è diversa. Non c'è apparentemente movimento e quando ci entriamo non sappiamo che fare e che dire. Anzi, a poterlo, non c'entreremo affatto! In essa il centro, attorno a cui tutto gravita, è caratterizzato da un cratere vuoto: quello della persona che se ne è andata. Lo abbiamo visto tante volte nelle settimane della emergenza Covid che come un ladro senza cuore è entrato in molte famiglie sottraendo senza pietà affetti e tranciando di netto legami profondi. E quasi questo non bastasse, ha reso impossibile anche l'entrare fisico nelle case in lutto per condolersi insieme di quelle dipartite, dilatando così sino all'infinito le dimensioni del cratere scavato. Nella casa del lutto impariamo come si parte da questo mondo e come si resta. Lì tutto parla di chi non c'è e di quello che ha lasciato in chi continuerà. I fiori, i mobili, i luoghi… i ricordi. In un istante ci rendiamo conto che tutto dobbiamo a chi ci ha amato e che siamo fatti gli uni dagli altri, nel bene e nel male.

Ripensando ai giorni cruciali della pandemia mi hanno colpito due interviste ad altrettanti - sino ad allora anonimi - protagonisti di questa tragedia. La prima è stata realizzata da un giornalista della trasmissione "Piazza Pulita" ad una ragazza bergamasca, forse di Villa d'Almè, (Asia si chiamava) che aveva assistito il padre morire. La ragazza, con voce tremante, raccontava: "Era come vedere una persona che annega e non puoi fare nulla…allora le ho detto con le lacrime agli occhi papà salutaci la nonna quando la incontrerai… e lui capiva - so che mi capiva - e le ho detto grazie per tutto e quanto lo amavo". La seconda riguarda Derio Olivero, vescovo di Pinerolo, che a causa dal virus si è trovato a vivere tra la vita e la morte per parecchi giorni. Alla domanda che cosa ricordasse di quei momenti così ha raccontato: "in quei momenti ero tranquillo, …sentivo una forza che mi teneva vivo, sentivo che tutto stava evaporando, tutte le cose, tutti i ruoli,,tutto. Sa cosa restava? La fiducia in Dio e le relazioni costruite. Ecco io ero fatto solo di queste due cose. Erano due cose salde, erano me!".

Ecco dunque il "meglio" che possiamo imparare nella casa del lutto: "siamo fatti di poco! L'essenziale detto con gli occhi e poche parole; gesti semplici che dicono immensità: un bacio, una mano che tiene l'altra, una carezza…".  Sì, è proprio i quei giorni che compendiamo quello che nel trascorrere del tempo avevamo dimenticato: viviamo su un crinale fragile che può rompersi da un momento all'altro; eppure questa fragilità è piena di grandezza e incredibili sorprese! Da qui può rinfrancarsi la determinazione di non perdere più un minuto di tempo e non sprecare nel malanimo le occasioni che la vita ci offre. Abbiamo compreso che siamo quello che abbiamo ricevuto e che possiamo - e dobbiamo - dare agli altri lo stesso amore. Ecco le due case dalle quali entreremo ed usciremo più volte nella vita. Non possiamo decidere quale frequentare. Ricordiamoci solo - ci dice il proverbio - che tanto prima impareremo a stare in quella del lutto, tanto meglio sapremo godere del tempo trascorso in quella della festa.

       

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