Sapere o potere?

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sapere e potere"E' meglio la sapienza della forza,

ma la sapienza del povero

è disprezzata"

 

Proverbio biblico

Libro del Qoelet 9,16

Immagine politica

 

di Angelo Inzoli

 

Questo è un proverbio sull'origine della politica duro da digerire (ad una prima parte dal sapore dolce, ne segue infatti una dal sapore amaro) e complesso da interpretare (perché si tratta di modulare il rapporto tra il sapere e il potere).

Il sapere di cui qui si parla è la sapienza, cioè la conoscenza pratica dei meccanismi dell'esistenza e della socialità umana. Non ci si riferisce qui a saperi specifici e costruiti come la fisica, la bio-chimica o la matematica. La sapienza è piuttosto il sapere intuitivo del vivere, la saggezza che distingue l'uomo dal bamboccio. Essa è tipica di coloro che sanno apprendere dall'esperienza propria e altrui, ed è il risultato di una serie di attitudini interiori che potremo identificare più chiaramente solo entrando progressivamente nel mondo dei proverbi. Per diventare "sapienti" l'uomo e la donna devono avere accumulato nel proprio libro della vita pagine di esperienze uniche (l'amore e l'odio, il dolore e il piacere, il successo e il fallimento, la solitudine e la fertilità …) e devono aver appreso a leggerle, rileggerle, confrontarle: in una parola a meditarle. Non facile, direi… Ebbene, la sapienza in questo proverbio è contrapposta alla forza del violento, cioè di colui che non vuole ostacoli ai suoi progetti, che non media con gli altri il raggiungimento dei suoi obiettivi. La forza è quella che può decidere, come il lupo della favola di Fedro che litiga con l'agnello al ruscello, di avere ragione anche quando ha chiaramente torto, che può decidere di guadagnare anche quando ha perso, che può scaricare su un altro i costi e tenere per sé i vantaggi di una operazione. Ecco dunque la convinzione fondamentale celebrata nella prima parte dal proverbio: "è meglio la sapienza che questa forza, perché questa forza non produce un bene condiviso, ma solo il vantaggio del forte sul debole!".

Nella seconda parte del proverbio questa convinzione sembra ribaltata dalla realtà: "la sapienza - quella che è appena stata esaltata come migliore della forza - quando appartiene ad un uomo povero è disprezzata!". Qoelet, l'autore di questo proverbio biblico, era un genio non convenzionale. Voleva mettere in guardia i suoi lettori da un uso consolatorio dei proverbi! Egli intendeva dunque dire: "L'esperienza insegna che se tu sei saggio ma non sei ricco e potente, della tua saggezza gli altri non se ne faranno nulla. Anzi rischi di essere disprezzato, non riconosciuto. Immaginare che il mondo sia una platea di assetati di verità e giustizia è una pia e pericolosa illusione! Perché da sempre alla gente non importa la saggezza, importa il prestigio e l'utilità che possono venire dall'avere amici e conoscenze potenti".

Messe così le cose, c'è un rischio implicito - sottinteso dal proverbio - anche per il potente: adulato e ricercato (anche quando è disprezzato intimamente dagli altri) rischia di vedersi circondato da amici interessati, attenti ad approfittarsi delle sue ricchezze e dei vantaggi che procura lo stargli vicino, anche a costo di dover sopportare la sua stupidità e arroganza. Le corti degli uomini potenti sono come nebbia che evapora non appena si apre la finestra, cioè si rompe il cerchio magico che lo formava. Nella storia politica italiana, anche recente, ci sono molte storie di cerchi magici e vite di corte divenute sberleffo, barzellette da raccontare, tra risolini e invidiosi sberleffi, nelle pause caffè! Il disprezzo del povero saggio sarebbe dunque, in realtà, l'altra faccia della medaglia del potente onorato e usato dai suoi cortigiani.

Ma cosa ci insegna allora un proverbio così bizzarramente raccontato? Io credo che ci sveli due verità politiche che meglio possiamo comprendere guardando alla nostra storia. La prima è che c'è stato un giorno in cui uomini saggi decisero di regolare la forza con le leggi. Nacque così lo stato di diritto che portò il nostro paese a escludere per sempre l'opzione della guerra come strumento di risoluzione dei conflitti. Certo, la violenza non scomparve d'incanto, ma da allora si decise che non avrebbe prevalso. La seconda verità è che ci sono stati giorni in cui deboli e poveri decisero di non delegare ad altri il proprio destino e scelsero di diventare soggetti politici a tutti gli effetti. Anche in questo caso, lo dobbiamo dire con realismo, le corti che ogni grande ama costruire attorno a sé continuarono ad esistere. Tuttavia da allora i poveri e i deboli della terra hanno capito che un'altra opzione è possibile al diventare i cortigiani dei potenti: diventare cittadini consapevoli e attivi. E quando questo avviene il povero non può più essere disprezzato. Parola di Qoelet.

 

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