Il dito e il verme

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DSCN2846" Il dito che sfila

il verme dalla palma

non deve essere rigido"

 

Proverbio Maka (Camerun)

Tradizione orale

Immagino rurale 

 

di Angelo Inzoli

 

All'origine di questo proverbio c'è il Ryncophorus Phoenice conosciuto anche come il "verme delle palme" o "foss".  Al pranzo di Natale, a casa mia, le foss non mancano mai e costituiscono la grande attrazione di tutti, grandi e piccini: prima vengono tolte dalla confezione spedita dal Camerun e per un momento sono oggetto di analisi e osservazione accurata da parte di tutti. Esse, ancora vive, si muovono  gustando l'aria fresca, indifferenti del disgusto che emana sugli astanti il loro aspetto di larve viscide e grassottelle. Dopo l'esibizionismo arriva però il momento fatale: tutte vengono gettate in una padella con dell'olio di palma, salsa di arachide e altre spezie aromatiche. Infine arrivano a tavola e qui vanno a ruba tra gli adulti che hanno già imparato ad apprezzarle per il loro gusto sopraffino, mentre i bimbi e i ragazzi, prima urlanti di ribrezzo, cominciano poi a sfidarsi l'un l'altro a vincere la paura e a partecipare a quello che appare un festoso piatto iniziatico.

In Camerun  - come in altri paesi equatoriali  - i vermi delle palme sono allevati per le eccellenti proprietà proteiniche in contesi acquitrinosi soprattutto nel periodo che segue la stagione delle piogge da novembre a gennaio. Essi crescono nella parte bassa delle palme rafia, caratterizzate da lunghi rami a forma di ago e devono essere raccolte con una operazione molto accurata che va effettuata a mani nude, con una scrupolosa attenzione e delicatezza in quando la larva potrebbe essere danneggiata o uccisa da una manipolazione troppo brutale. E' in questo contesto che nasce il proverbio focalizzato sulle dita di colui che cerca le larve negli anfratti della corteccia della palma, metafora di coloro che sanno trattare e gestire, nella vita sociale, situazioni interpersonali delicate e aggrovigliate. In particolare sono due le virtù inscritte nelle dita dell'allevatore di foss e qui messe in evidenza: il pragmatismo e l'altruismo.

La prima è quella del pragmatismo. Il dito deve adattarsi all'anfratto che la larva si è scelto come culla. Se io voglio arrivare ad un obiettivo mi devo adattare al contesto, devo scegliere lo strumento più idoneo. Non posso usare la scure dove c'è bisogno del bisturi, né del carro armato quando basta un legnetto. Troppo spesso l'emotività con cui gestiamo situazioni difficili ci fa perdere il senso del limite e ci spinge ad adottare approcci rigidi. Paradossalmente più le situazioni sono complesse, contorte, articolate ed esigerebbero un approccio razionale e paziente, maggiore è la possibilità che cadiamo nella rigidità degli ultimatum  e delle semplificazioni mortali. Queste non vengono valutate per il risultato reale che producono (normalmente si tratta di strategia infruttuose), ma per  il sentimento di appagamento emotivo che suscitano attorno a sé: "Dobbiamo dare una bella lezione!", "Ora sanno chi comanda!", "E' ora di finirla…!, "Prima gli italiani, i cinesi, gli americani, i lombardi,…". Va in questo senso quello che ha detto alcuni giorni fa il sindaco di Milano, Beppe Sala, quando in un videomessaggio, chiedendosi cosa fosse necessario alla città in tempo di crisi ha risposto con il suo humor britannico: "Siamo arrivati insieme in questa crisi e dobbiamo uscirne insieme con buon senso, con consapevolezza, con comportamenti corretti. Anche perché le ruspe e i lanciafiamme sono finiti, li hanno presi tutti Salvini e De Luca e quindi la via è quella della collaborazione. Ed è la via milanese" (5 maggio 2020). Ecco espressa la prima caratteristica: il pragmatismo che ci rende flessibili ed efficaci.

Ma ce n'è una seconda che è l'anima della prima. La chiamo, non avendo trovato altri nomi, altruismo, cioè il desiderio di preservare la vita di chi ci stiamo occupando. Quando ci occupiamo di un problema o di una situazione complessa dovremmo avere il nostro focus sulle persone stesse, cioè su chi/coloro che sono implicate nel problema. Se così non fosse il rischio è che le soluzioni siano più importanti dei risultati. Certe soluzioni sono talmente radicali che non lasciano in vita altri all'infuori di chi si è arrogato il diritto di avere ragione, di uscirne vittorioso. Le vere soluzioni, invece, - ci suggerisce il proverbio -  soddisfano sia il raccoglitore di vermi che il verme stesso, vincitori e vinti.  E' questo un valore molto africano e poco occidentale. Per noi occidentali o si vince o si perde, non ci sono alternative. Nella realtà però, la pace è garantita solo da una ragionevole condivisione sia dei vantaggi che delle perdite. Io trovo che tra i molteplici richiami all'altruismo il più bello si trovi nell'articolo 3 della costituzione dove si dice che "è compito della Repubblica - e quindi ognuno di noi - rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana". L'invito a "rimuovere gli ostacoli" ricorda il movimento flessibile delle dita dell'allevatore di vermi che creano lo spazio affinché la larva possa uscire sana e intatta dal suo rifugio.

Ecco dunque come il dito che sfila il verme può esserci di ispirazione. Quando ci occupiamo dei problemi e degli altri stiamo in guardia dall'emotività scurrile ed esercitiamo la flessibilità del pragmatismo. Senza dimenticare l'altruismo, perché risolvere i problemi significa alla fine migliorare la vita delle persone, non vincere o arrivare prima di loro.

     

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