Il maiale

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il maiale"Il maiale

non si riconosce

grasso"

 

Proverbio Maka (Camerun)

Tradizione orale

Immagine rurale

 

di Angelo Inzoli

 

E' evidente che il maiale in questo proverbio sia una maschera dell'umano. Non è infrequente, in tutte le culture, che gli animali siano usati come simboli. Al maiale, tuttavia, le sapienza universale ha riservato un destino meno glorioso di quello di altri suoi compari animali. Relegato quasi sempre a ruoli negativi, il maiale è diventato piedistallo più di vizi che di virtù. Una tendenza che sembra confermata in questo proverbio molto usato in Africa e che si potrebbe esplicitare letteralmente così: "il maiale non si riconosce per quello che è!". Ma andiamo un po' più a fondo del proverbio sviluppando tre possibili significati.

Il primo significato del proverbio, quello più immediato, sembra essere una presa d'atto: "le persone tendono a coltivare una immagine di sé che non corrisponde a quella che gli altri si formano di loro". Guardiamo al povero maialino: si aggira per l'aia della fattoria tronfio, impettito, convinto di essere il più bello del reame! Ma la gallina, il coniglio, il cane e il gatto che dicono di lui con mezzo sorriso? Come è grasso! Se dalla maschera passiamo all'esperienza umana sembra che il proverbio voglia qui stigmatizzare quello che i latini chiamavano la "vanitas": compiacersi di essere ammirati per le proprie spesso presunte qualità! Quante persone se ne girano per i consessi umani desiderando di essere ammirati per quello che credono di essere. Questi tizi giudicano normalmente intelligenti e degne di fiducia le persone che confermano l'immagine di sé che essi molto amano e a cui sono affezionati! Ricordate nella favola de Il piccolo principe di Antoine de Saint Exupéry l'abitante del secondo pianeta: il vanitoso? Scrive di lui l'autore: "i vanitosi non sentono altro che le lodi". La vanità è un vizio dell'animo umano che rende particolarmente fragili chi ne è toccato e che crea persone totalmente auto-centrate. Finché questo dovesse riguardare nostri anonimi e ininfluenti vicini, la cosa ci strapperebbe un bel sorriso. Ma qualora dovessimo scoprilo sul volto di un leader, di un capo d'azienda o di un politico, allora potrebbe diventare un vero problema per noi. Infatti il culto della sua personalità, nelle mille forme suggerite dall'adulazione - il vizio collaterale e socialmente funzionale a quello della vanità - diventerebbe il più sicuro canale di riuscita e di sicura ascesa in quella stessa organizzazione. Possiamo qui immaginare con quali conseguenze per la collettività.

C'è però un secondo significato a cui il proverbio allude. Senza volersela prendere con chi è in "sovrappeso", il proverbio, con l'espressione "non riconoscersi grassi", si riferisce a coloro che non sanno ammettere i propri difetti e i propri errori. Sappiamo che i difetti e le tare caratteriali sono qualcosa che appaiono in tutta la loro sconcertante realtà solo nella frequentazione quotidiana tra le persone. Il luogo preferito in cui fanno la loro antipatica comparsa è la vita familiare. Quale moglie non conosce i difetti del marito? E quale marito non conosce quelli della moglie? E quali genitori quelli dei figli e viceversa? Eppure i "difetti" sono come le mosche: sono piccola cosa, ma fastidiose e scacciarle appare sempre una impresa al limite dell'impossibile. A volte il senso di impotenza prende l'individuo che cerca di correggere i propri difetti, ma è destino sicuro per coloro che si pongono l'obbiettivo di correggere i difetti altrui. Da qui nascono gli inevitabili conflitti a bassa intensità che possono funestare la quotidianità familiare o delle organizzazioni: conflitti ripetitivi, prevedibili, fastidiosi come il ronzio delle mosche in un caldo pomeriggio d'estate.

Ma qui ci si apre la porta per un terzo significato del proverbio. A volte capita che le persone non vogliano assolutamente correggere i propri difetti e che, anzi, se ne innamorino e li considerino quasi come un pregio. Alcuni addirittura sembrano coltivarli come un'arma da sfoderare per punire e torturare chi ha avuto la malasorte di condividere la loro quotidianità. Vedere i propri difetti come fossero pregi (e gloriarsene pure!) è un arma di distruzione dei rapporti sociali. Qualcuno non aveva detto un giorno che "l'inferno sono gli altri"? E come ci si può difendere in questo caso? Credo che sia possibile solo mobilitando due virtù ordinarie e quasi impercettibili che costituiscono l'appello più profondo di questo simpatico proverbio: la pazienza e l'umorismo! Ecco dunque il messaggio che il richiamo al povero maialino vanaglorioso vuole suggerirci: la vanità rende fragili; ma l'ironia, pur non correggendola, almeno ci salva!         

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