INTERVISTA A FRANCO MUSSIDA

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 Davide Lopopolo MussidaFranco Mussida – Chitarrista, compositore; membro fondatore della Premiata Forneria Marconi, presidente del CPM Music Institute di Milano, da lui creato nel 1985; musicologo studioso degli influssi della musica sugli esseri umani, scrittore, scultore.  

 

Durante il periodo di clausura, hai prodotto qualcosa di nuovo?

Ho messo in cantiere due libri. Il primo rimette in ordine i pensieri che hanno dato vita a un seminario organizzato nell’agosto del 2018 dall’ordine gesuita a Palermo. Il tema è anche il titolo: “Il Mistero che trasforma la Musica in emozioni”. Una serie di riflessioni sulla sacralità della Musica e una rilettura su una delle scritture più utilizzate dai musicisti per rivendicare al mondo del suono e della musica, la famosa frase dell’evangelista Giovanni nel suo ben conosciuto Vangelo: “In principio era il Verbo”. Avevo iniziato a rivedere quegli scritti nel periodo natalizio. Poi una pausa. Ripresi a febbraio poi lo stop per via della malattia che ha colpito anche me, poi a fine marzo la chiusura. Vedremo quando l’editore intenderà farlo uscire.

Il secondo riguarda un tema a me molto caro. Sarà un libro dedicato agli ascoltatori di ogni età e genere. Obiettivo: risvegliare le coscienze sul tema della qualità della Musica. Sono tra i fondatori non solo del CPM Music Institute, ma anche di Slow Music. Mi occupo di formazione e di disagio sociale. Per formazione in questo caso intendo quella degli ascoltatori, non dei musicisti.

La pandemia ha prodotto un terremoto, dovremo convivere col virus per parecchio tempo. La musica è contatto, è vicinanza, pare non più possibile.

Sì, la musica è contatto e vicinanza con gli altri. Ma anche contatto e vicinanza con sé stessi. Prima ancora che contatto fisico è contatto emotivo, spirituale. Paradossalmente la natura malinconica di gran parte dei musicisti ha mitigato la sensazione di disagio causata dalla limitazione dello stare a casa. Siamo più abituati di altri a stare soli con la nostra musica. E poi da sempre la musica nei concerti spesso ci raggiunge da lontano. Dire che la vicinanza non è più possibile mi pare un’immagine non corrispondente alla realtà prossima ventura.

Il problema sono gli assembramenti. Le autorità ne hanno timore, per dissuadere la popolazione a non accalcarsi, calcano loro la mano sui distanziamenti senza troppo andar giù per il sottile. Il risultato però a volte è desolante se non penoso, lede l’intelligenza di tante persone. La gente ha paura della gente. Vedi persone in macchina da sole con su la mascherina. Ci vanno anche in bicicletta, in moto. Ma il virus non è nell’aria, si trasmette da uomo a uomo. Abbiamo paura, più ne abbiamo più va bene. L’ordine dall’alto, ormai è chiaro, è di non far nulla per rassicurarci.

La scuola e gli inevitabili cambiamenti proiettati nel futuro?

La scuola non ha mai smesso di operare. Con l’Open Day Online di Sabato 6 giugno porteremo la scuola a casa di studenti e famiglie in tutta Italia e la racconteremo. Abbiamo ricevuto decine di auguri da tanti amici e artisti, da Ermal Meta al presidente della Warner, da Manuel Agnelli al direttore artistico della Sony. È stato un grande segno di affetto e stima.

Abbiamo offerto ormai più di 3500 ore di formazione online, audizioni ed esami teorici. Chiaro che le attività come musica di insieme, casting e spettacoli, li faremo quando potremo. Ho sentito personalmente più di 100 studenti in colloqui individuali di 30 minuti l’uno e non aspettano altro che ricominciare. Solo uno su cento ha manifestato un disagio da stress che gli ha impedito di seguire le lezioni. Dai colloqui è emerso anche qualcosa di molto positivo. Hanno organizzato meglio il loro tempo, la maggior parte ha studiato il doppio. Le prossime Open Week a luglio meditiamo di farle all’aperto. Cicli di lezioni, incontri, seminari, show con artisti. Siamo in contatto con il Magnolia all’Idroscalo, sarà una cosa bella, emozionante e sicura.

Il futuro è solo un problema di spazi. Meno gente in più spazio. Il nostro dispiacere è che probabilmente non potremo dare a tutti la possibilità di venire nella nostra scuola, stiamo valutando un numero chiuso. Milano è e rimarrà una capitale della musica, una porta verso l’Europa, da noi più del 50% dei giovani arrivano dalle altre regioni o dall’estero. La nostra didattica ha da sempre una forte attenzione alla persona, è nei nostri programmi a prescindere dalla pandemia. Da settembre recupereremo tutte le attività live che non si è riusciti a organizzare.

I grandi concerti che riempivano i teatri e le piazze sono rinviati al prossimo anno. Che succederà nel frattempo? quali alternative dopo il virus?

Che la musica per taluni sia solo un fatto di grandi numeri fa sorgere domande sulla passione e amore che tante grandi sigle e associazioni hanno per il mondo della musica popolare contemporanea. Se i grandi nomi si mettono o vengono messi in congelatore, migliaia di addetti che hanno bisogno di lavorare restano a casa, e questo nonostante il pubblico abbia bisogno di musica, arte, teatro, cinema. Il pubblico ne ha bisogno ora non tra un anno. Nel frattempo ci sono i cosiddetti piccoli e meno male. Sono loro che produrranno, credo e spero, idee di qualità per l’oggi e per il futuro. Tra questi proverò a mettermici anch’io. I mega eventi evidentemente possono aspettare. Anche tanti artisti possono aspettare; aspettare che il pubblico sia tanto numeroso prima di decidersi ad esibirsi. È una logica che ovviamente rispetto, ma non condivido. È un dare lo scettro del re dello spettacolo alla dimensione economica prima che a quella artistica. Come si diceva un tempo… il re è nudo. Vedo la figura dell’artista, del musicista come un servitore del pubblico. Il pubblico non è quello delle 100mila, 50mila, 20mila, 10mila persone. Il pubblico è la gente, sono le persone, anche una sola persona è pubblico.   

Nella clausura si era diffuso un certo spirito di amicizia, collaborazione e allegria dai balconi per esorcizzare il mostro. Resterà qualcosa?

Sì rimarrà qualcosa: il ricordo di quei giorni, di quelle sensazioni uniche e particolari per milioni di persone che hanno vissuto l’esperienza di perdere la libertà. Qualcosa di unico e forse irripetibile, anche se per poco, non più di un mese o due. Un mese o due di carcere per tutti gli italiani. Ma ci pensate, un intero Paese agli arresti domiciliari? Una tromba che suona per tutti da dietro una finestra “O mia bela Madunina…”. “Bella ciao”, perfino l’Inno di Mameli ha fatto venire la pelle d’oca e le lacrime agli occhi… quello rimarrà nella memoria emotiva.

Per un momento siamo diventati tutti uguali. Tutti ristretti e stretti in una sola condizione: rinchiusi nei nostri appartamenti, chi più larghi e comodi, chi in una o due stanze più cucina. È questa perdita di libertà che ha provocato una solidarietà globale intrisa di un’irrefrenabile dolorosa nostalgia. Nostalgia di tutto ciò che di più prezioso avevamo e che ci è stato tolto da un giorno all’altro: la libertà. La libertà di muoverci prima di tutto, di uscire di casa. Tutti agli arresti domiciliari.

Frequento le carceri da più di trent’anni. So cosa vuol dire stare in cella con gente che ha perso la libertà di muoversi. Gente che non la riavrà più la liberà di muoversi. Noi lì ci portiamo la musica. Ci portiamo un nuovo modo di ascoltarla, di viaggiare stando fermi, di sognare posti reali, luoghi interiori in cui si può anche star bene a patto di recuperare verità e rispetto di sé, rispetto e condivisione per le vittime dei propri delitti, per le famiglie a cui si è fatto del male, se si recupera la capacità di patire il loro dolore.

La pena di un detenuto viene inflitta a causa di un delitto, una pena per tanti spesso durissima. La nostra pena collettiva si chiama Covid, in fondo una pena sopportabile, un paio di mesi a tutti che ci hanno ricordato cosa abbiamo e cosa potremmo perdere. Due mesi, quanto basta per esaltare il significato emotivo di tutto ciò che abbiamo sempre avuto, o che abbiamo sempre dato per scontato avere. Passata la carestia generale, una volta tornati a muoverci in libertà, tornati a vivere immersi nella normalità delle abitudini, di questo tempo rimarrà una sola cosa: il ricordo nei libri di storia. Ah, dimenticavo, rimarranno anche qualche milione di apparecchiature elettroniche, computer, potenziamenti di fibre… Non c’è niente da fare: ci vogliono sempre più attaccati a uno schermo, piuttosto che a una chitarra

Foto © Davide Lopopolo

 

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