INTERVISTA A MARIO GEROSA

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 Davide Lopopolo 2019.11.07 Mario Gerosa 32Nel tuo primo romanzo (Il collezionista di respiri) immaginavi il mondo orbitante intorno all’arte giunto a limiti parossistici pur di muovere il mercato, fare soldi. Uno scenario quasi da fantascienza, che la realtà della pandemia ha smascherato. Quali ripercussioni prevedi nel mondo dell’arte?

Penso che la pandemia abbia raggelato il mondo dell'arte, abbia reso tutto molto più freddo e più distaccato. In questi due mesi di totale accelerazione della virtualità, l'arte, così come altre espressioni dell'ingegno, ha perso forse definitivamente la sua aura romantica e si è irrigidita. Ora appare più distaccata, più lontana, come tutto ciò che ci circonda. L'idea di distanza sociale ormai è un parametro imprescindibile del nostro modo di pensare, tutto viene percepito come schermato, e l'arte non si sottrae a questo nuovo riflesso condizionato. Prima l'arte poteva apparire lontana in virtù della sua autorevolezza o a causa di un allarme di museo che costringeva a stare a debita distanza. Ora l'arte, che nei giorni della quarantena ci ha accompagnato anche sui social con bellissimi esempi creati in diretta per l'occasione, a mio avviso appare chiusa in se stessa, nella sua sofferenza altera. Credo che l'opera che possa interpretare meglio la pandemia è L'Urlo di Munch, un capolavoro che sembra sprigionare degli ultrasuoni che ti penetrano nelle orecchie, con le sue onde di colori che si fanno suoni e con un silenzio assordante che spacca i timpani. Non è un'opera amichevole, è un quadro disturbante, che ti scuote, che non vuol creare empatia, e se la crea lo fa in maniera dirompente. L'arte della pandemia è così. Che si voglia o no, d'ora in poi si dovrà ragionare in termini di pre e post pandemia. In particolare, credo che la vera forma d'arte attuale sia la comunicazione: in questo momento storico tutta la comunicazione si nutre di un'emozionalità forzata e esagerata e si parla molto di giornalismo immersivo, un nuovo modo di vivere la notizia in prima persona, respirando l'informazione, sentendosi parte dei fatti grazie alla realtà virtuale. La notizia diventa quasi una performance, o se preferisci un'installazione in cui il lettore è protagonista. E mentre la comunicazione si fa arte e melodramma, si perde il contatto con le opere d'arte classiche, che per due mesi sono rimaste irraggiungibili, confinate nei musei chiusi, da visitare solo nel web. Sono cambiati gli attori di tutta la messa in scena dell'arte, la storia ha creato le premesse di una nuova narrazione, che fa sembrare vecchio e obsoleto tutto quello che è successo prima.

C’è l’abitudine di affermare che qualsiasi evento cambierà il mondo, che niente sarà più come prima, ma spesso va a finire che tutto rientra nella normalità e che ogni esperienza negativa sembra non aver insegnato niente. Anzi, spesso il cambiamento, il mondo che non dovrebbe tornare come prima, diventa se possibile anche peggiore. Che ne pensi?

Questa volta è difficile che si torni alla "normalità" di prima. La pandemia ha bruciato i tempi di una rivoluzione sociale. Nei due mesi dell'emergenza si sono intensificate le videochiamate, abbiamo imparato a visitare virtualmente musei e gallerie, abbiamo partecipato a conferenze sui social e nei mondi virtuali. È stata comunque un'esperienza formativa e difficilmente sarà accantonata. Ci ha comunque insegnato che è bene tenersi anche un mondo di riserva, un mondo che sta solo in internet. A parte ogni giudizio di merito, conviene tenersi anche quello, per ogni evenienza. E magari conviene cominciare a comprarsi anche un visore per la realtà virtuale.

Facciamo parte di quella generazione cresciuta a fantascienza e telefilm catastrofisti come ad esempio “I sopravvissuti”, serie inglese del 1975 che sembra aver previsto in tutto e per tutto l’odierna pandemia. Virus sfuggiti a laboratori che scagliano l’umanità in un medioevo agricolo. Avresti mai immaginato che, invariabilmente, la realtà superasse la fantasia?

Sinceramente non l'avrei mai immaginato. È stato un brutto film e avrei preferito non viverlo. Di questo periodo mi rimangono impresse due modi molto diversi di reagire: c'è stato chi ha cercato disperatamente un contatto con il prossimo, cantando sui balconi, e chi invece si è rifugiato in internet, nei mondi virtuali in cui si poteva simulare di andare a zonzo per prati e valli. Tutto questo ha lasciato emergere uno scenario da nuovo Medioevo, che era già latente, un Medioevo che è anche tecnologico.

Arte e letteratura sono per molti versi gli oracoli moderni, precursori di ciò che realmente prima o poi avverrà. Credi anche tu in questa visione nella quale artisti e scrittori riescono a pre-vedere fenomeni ancora da venire?

Personalmente prediligo la versione dell'artista e dello scrittore come cronista, come interprete di un fenomeno che ha vissuto. A posteriori, volendo, tante storie possono essere rapportate a ciò che è successo poi, dando una patente di preveggenza. Ma credo che chi racconta e chi guarda tenda sempre a fissare il presente, a essere ispirato o influenzato da quello che vive e che ha sotto gli occhi.

Come hai passato questo periodo e come pensi che cambierà la tua vita? Ovvero, cosa ti manca della vita precedente e cosa hai scoperto di positivo in questa immobilità forzata?

Per due mesi sono stato chiuso in casa senza mai uscire, neanche per fare la spesa, e siccome mi piace molto fare due passi, vedere gente, entrare nei negozi, mi è pesato parecchio. Mi è mancata la città, mi sono mancati i suoi suoni, i suoi rumori, le sue facce. Ricordo dei silenzi assordanti, delle immagini terrificanti trasmesse in televisione, immagini che non dimenticherò mai, e ricordo un tempo scandito dai caffè e dai bollettini della Protezione Civile. È stata (parlo al passato sperando che finisca presto) un'esperienza molto difficile. Qualcuno ha detto che era come essere in guerra, ed è proprio così.

Foto © Davide Lopopolo

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