Settimane lontano dalla famiglia per curare i malati Covid 19

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Intervista a Marco Gemma, Primario terapia intensiva ospedale Fatebenefratelli

di Pietro Scardillo

FOTO PRIMARIO MARCO GEMMA“Tra i numerosi effetti devastanti  del Covid 19, registriamo in questo periodo – dichiara il Primario Marco Gemma all’inizio della conversazione - una frequenza rilevante in Pronto Soccorso di persone che hanno subìto violenze fisiche o che hanno tentato il suicido. Inoltre, ci vengono riferiti numerosi casi di persone che si rifiutano di uscire di casa e sono non solo anziani e giovani, ma spesso adolescenti e preadolescenti !” 

Grazie alla disponibilità del professor Marco Gemma, direttore dell’Unità di Terapia intensiva degli ospedali Fatebenefratelli e Macedonio Melloni, nell’incontro nel suo studio ospedaliero gli abbiamo chiesto di raccontarci la sua stravolgente esperienza vissuta in questi mesi per combattere il Coronavirus.

“Come è ormai noto, - afferma il dottor Gemma avviando il suo racconto - il Covid 19 è un virus sconosciuto alla diagnostica internazionale e quindi ci ha colto tutti alla sprovvista. Psicologicamente, noi sanitari siamo abituati a trattare casi in cui il paziente subisce la malattia anche con il rischio della morte. Ma nello specifico del Covid 19 il rischio del contagio è aperto a tutti, agli stessi operatori sanitari, alle proprie famiglie, senza potersi proteggere in maniera adeguata e certa; almeno questa era soprattutto la situazione iniziale, tant’è che ci sono stati tanti decessi anche nella nostra categoria. E quindi eravamo tutti spaventati. Di conseguenza, nel breve tempo abbiamo dovuto aumentare le protezioni non solo con mascherine, guanti e occhiali, ma con tute e caschi prima di affrontare i pazienti portati in area di terapia intensiva.

Un muro ed una porta ci separavano dai locali infetti da quelli dove ci preparavamo per entrare in azione e tutte le volte che si superava quel muro mi sembrava di scendere in miniera. Noi siamo abituati purtroppo tutti i giorni a convivere con degenti con il rischio di morire, ma in questo caso vedere morire tanta gente in così poco tempo, nonostante tutti i nostri interventi che cercavano di fare tutto quello che si poteva fare. La mortalità era elevatissima; la malattia colpiva persone spesso sane.  Le persone muoiono non per causa diretta del virus, ma per effetto della reazione immunitaria al virus. Dopo aver rilevato la prevalenza di mortalità tra le persone molto anziane, lentamente ha cambiato il suo spettro: hanno cominciato nel tempo ad ammalarsi di più i giovani che gli anziani.

Non ci era capitato prima di intubare diversi malati in piena coscienza, perché non ancora addormentati, con gli occhi sbarrati dal panico. Malati che dopo il ricovero hanno salutato i parenti senza averli mai più visti, con una sofferenza straziante di abbandono e di isolamento.

Io sono stato sette settimane lontano dalla mia famiglia, dormendo qualche ora per notte, raramente sono riuscito a dormire con continuità oltre un’ora.

Ricorda qualche episodio che ha colpito in modo particolare la Sua sensibilità di uomo oltre che di professionista ?

Ricordo che, quando la situazione ha cominciato ad essere tragica in ospedale per l’esplosione del Covid, una delle mie più bravi collaboratrici mi ha chiesto “Direttore, ma quando finirà tutto questo riusciremo ancora a trovarci in studio e ci saremo tutti ?”  Detto questo da una persona molto esperta che ne ha visti di tutti colori, mi ha dato il segno della paura per sé e per i suoi colleghi. Vedere questa professionista terrorizzata mi ha molto colpito.

Un altro ricordo si riferisce ad un paziente che, mentre veniva intubato data la sua gravità, mi ha chiesto con gli occhi tristi di chiamare la moglie per un saluto da parte sua.”

Quali sono state le motivazioni forti che hanno spinto i Sanitari a svolgere un livello così alto di generosa abnegazione ?  

Sottolineo che molti di noi sanitari rifiutano di essere chiamati “eroi” e cito sempre la rilettura del libro “La peste” di Camus , che raccomando a tutti di leggere, perché si adatta tantissimo a quello che è successo da noi. In una sua pagina  l’autore dichiara “non ci si può complimentare con un maestro di scuola perché insegna bene, al massimo ci si può complimentare con lui perché ha scelto bene la sua professione”.

Qual è il livello probabilistico, secondo Lei, di una nuova ondata dell’epidemia nell’autunno-inverno ?

Motivi perché ci debba essere una riesplosione epidemica non ci sono da un punto di vista strettamente tecnico, ferma restando l’applicazione delle misure precauzionali note da una parte e dall’altra l’aumentata nostra capacità terapeutica di intervento conseguente ad una maggiore conoscenza del virus.

Abbiamo riscontrato una riduzione graduale della gravità del virus. All’inizio dell’epidemia noi avevamo il 10% dei pazienti, che arrivavano in gravi condizioni, da ricoverare in terapia intensiva. Via via questa percentuale è continuamente scesa ed oggi all’ospedale Sacco, che è il principale riferimento che fa da collettore, ci sono zero malati di Covid in rianimazione.

I morti che si registrano adesso sono malati gravi senza speranza di vita, ricoverati da diverse settimane in terapia intensiva.

Qual’era all’inizio dell’epidemia la ricettività dell’Unità Operativa Complessa di Anestesia e Rianimazione dell’ospedale Fatebenefratelli, dove Lei opera ?

Per la terapia intensiva l’ospedale Fatebenefratelli è accreditato per 14 posti, in realtà prima del Covid 19 abbiamo lavorato su 6 letti. Con l’arrivo del Covid i letti sono stati portati a 18 estensibili a 22, mettendo letti persino nella sala operatoria dell’unità coronarica. Adesso, finita Covid, si pensa di attestarci  su 10 letti, estensibili a 11 in caso di emergenza. Si pensa, inoltre, di allestire in un’altra ala dell’ospedale altri 6 posti di terapia intensiva, se avremo finanziamenti sufficienti per farlo.

Molte critiche sono state rivolte alla Regione Lombardia in relazione al numero di posti letto, che è stato incrementato nella sanità privata a scapito di quella pubblica. Quale il Suo commento ?

La Lombardia, prima dell’arrivo del Covid, aveva 800 letti circa, occupati all’80%, che rappresentava un buon livello; l’arrivo del Covid ha richiesto 1.500 letti nella sua fase acuta. Tanti anni fa la Regione Lombardia ha scelto di allocare una rilevante quantità economica verso la sanità privata. Adesso è inutile polemizzare sul fatto che la Regione  si è appoggiata durante l’emergenza Covid alla sanità privata: si è appoggiata su quello che aveva. Se si voleva fare una critica doveva essere sostenuta all’origine, al momento delle scelte iniziali.

Durante la crisi la Regione ha gestito con quello di cui disponeva. I 2 ospedali che hanno fatto di più durante la crisi Covid sono stati: Humanitas e San Raffaele. Basti dire che JAMA, Journal of the American Medical Association, una delle riviste mediche più prestigiose al mondo, ha indicato tra i primi tre medici “Eroi della pandemia”  a livello planetario  l’italiano Maurizio Cecconi, Direttore del Dipartimento Anestesia e Terapie intensive dell’ospedale Humanitas di Rozzano.

San Raffaele ha bloccato tutto l’ospedale per affrontare la crisi del Covid e ha recuperato altri spazi del suo territorio per attrezzarli e dedicarli alla cura della pandemia.

Quali sono gli insegnamenti che si possono trarre dalla triste esperienza dell’epidemia Coronavirus? 

Da un punto di vista medico abbiamo imparato tanto. Da un punto di vista tecnico-organizzativo occorre fare dei lavori strutturali negli ospedali sia sul piano impiantistico, sia sul piano delle apparecchiature. Per esempio all’interno dell’ospedale non arriva dappertutto l’ossigeno  con relative prese e con la necessaria pressione. E questo è stato abbastanza recepito dalla Regione, che ci ha già chiesto quale tipo di ampliamento siamo in grado di fare.

In ogni caso quando si progetta e si costruisce un ospedale,  occorre avere una visione surdimensionata dei bisogni e quindi dell’impiantistica e delle apparecchiature.

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