LA PANDEMIA DEI NOSTRI NONNI: È LA STORIA CHE SI RIPETE?

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di Piera M. Marini

Non si sa molto della “Spagnola”: da quale paese ha avuto origine, quale è stata la reale incidenza sulla popolazione italiana e mondiale, quali misure sono state prese per arginarla e quali terapie, ammesso che esistessero.

Perché “Spagnola”? eppure non è nata in Spagna, pare sia arrivata in Europa dagli Stati Uniti dopo che un grande numero di militari, che avevano contratto quella che veniva chiamata influenza, venne spedito dal Kansas in Europa a combattere, diffondendo così il morbo.

Secondo altri la malattia viene diffusa dalla Francia, a seguito del trasferimento di militari dai territori del Regno di Annam, gli attuali Laos, Cambogia, Vietnam.

Pare sia stata chiamata “Spagnola” perché fu la Spagna a dare ampia diffusione di notizie sulla pandemia e c’è una ragione: i Paesi in guerra cercavano di minimizzare il problema per non abbattere la popolazione già stremata, mentre la Spagna era rimasta neutrale e i giornali avevano incominciato a parlare di una strana forma influenzale, peraltro benigna in quanto senza vittime, comparsa a Madrid.

In effetti la prima ondata della pandemia del marzo 1918 non fu violenta e fu sottovalutata, mentre la seconda si sviluppò in tutto il mondo e la maggior parte dei decessi avvenne tra settembre e dicembre dello stesso anno.

FOTO Villa Precotto 2 di L.MarabelliA Milano il sindaco Caldara emana un decalogo che indica i comportamenti da seguire tra cui distanziamento, igiene personale, evitare tutti i contatti con persone, viaggiare il meno possibile in treno, fare gargarismi con acque disinfettanti, non frequentare luoghi dove si possono verificare assembramenti, ecc.  Molte di queste raccomandazioni si possono sovrapporre a quelle che dobbiamo seguire ora con la pandemia del 2020, perché anche allora si parlava di mascherine e foto dell’epoca lo testimoniano.

Si fermano le scuole, le attività non essenziali, ma non le attività economico-produttive, le fabbriche; lo spostamento dei lavoratori crea però le condizioni per la diffusione del virus perché il distanziamento non può essere rispettato così come le raccomandazioni diffuse dalle autorità. E le fabbriche registrano un calo di produttività per l’avanzare della malattia.

All’epoca le condizioni di vita erano molto diverse da oggi: molte abitazioni non rispondevano ai canoni di igiene a cui siamo in generale abituati, l’alimentazione per buona parte della popolazione era scarsa, situazione aggravata fortemente dalla guerra ancora in corso.

Si contavano i morti per la pandemia ma anche tanti per il conflitto.

I dati in Italia: quattro milioni e mezzo di contagi, 600mila morti su una popolazione di 36 milioni di abitanti, economia colpita, tensioni sociali, con la guerra e le sue conseguenze come sfondo.

A Milano, alla fine del 1918, i morti so­no più di 8.000, ma alla fine della pandemia (aprile 1919) sembra salgano a più di 10.000.

Occorre ricordare che la prima metà del XX secolo non ha avuto solo (!) due  guerre e la pandemia, ma anche il flagello della tubercolosi che ha cancellato famiglie intere; si parla di 50.000 morti all’anno allo scoppio della prima guerra mondiale, con una recrudescenza durante il conflitto, aiutata anche dall’abbassamento del tenore di vita, dalla penuria alimentare e dalle carenze del servizio sanitario.

Si può fare ora un parallelo tra la pandemia di 100 anni fa e quella attuale ?  una risposta seria la possono fornire gli scienziati che hanno studiato il virus di allora e quello di oggi. Considerato che contesti e tempi sono molto distanti, possiamo solo osservare che l’Italia di allora non è quella di oggi, sia sotto il profilo sociale, sia sotto il profilo economico, politico e soprattutto sanita­rio/terapeutico.

All’epoca non esistevano farmaci o vaccini efficaci contro il virus; noi invece, che non ci aspettavamo un vaccino in così breve tempo, possiamo vedere una luce in fondo al tunnel perché non uno, ma parecchi vaccini sono in fase di avanzata sperimentazione. Ci sono tanti guariti giovani e non, ci sono ultracentenari che hanno sconfitto il virus, i medici, dopo i primi tempi di grande sconcerto, ora sanno come trattarlo e questo ci dà la speranza che i nostri padri non hanno avuto.

Stiamo affrontando un periodo molto pesante per l’economia del Paese, le città con le saracinesche abbassate comunicano un senso di tristezza, anche perché ci fanno pensare alle ricadute sui posti di lavoro; se però riusciremo a recuperare la salute saremo senz’altro capaci di rialzarci, mettendo a frutto le nostre intelligenze ed esperienze, che il mondo ci riconosce.

Il Natale 2020 dovrà essere necessariamente diverso dagli altri, ma qualche sacrificio finalizzato alla salute di tutti deve essere la nostra priorità. Le restrizioni che ci vengono imposte ci aiuteranno forse a ritrovare il senso vero del Natale, a riportarlo a una festività religiosa intima, famigliare, senza troppi sfavillii di luci, senza la retorica di regali obbligati e spesso inutili.

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