Viaggio tra i medici in Zona 2

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di Ferdy Scala

MappaNella zona 2 ci accorgiamo che la situazione sanitaria si presenta con diverse sfaccettature. Se da una parte, come afferma il medico di famiglia dottor Gianni Pavoni, «il nostro quartiere è situato in una zona di Milano che pare sia stata colpita dal virus meno intensamente di altre ed oltre a ciò mi sento di confermare l’andamento di decrescita del numero di pazienti sintomatici malati di coronavirus o sospetti di averlo contratto».

D’altra parte, la presenza di diverse RSA nella zona rimanda un quadro completamente diverso e drammatico dell’esplosione epidemiologica nei luoghi deputati all’assistenza alle persone più anziane e più fragili. In una RSA presa a campione nel mese di marzo si sono avuti 3 decessi, invece nel mese di aprile se ne sono contati 22 e 8 finora in maggio. Un quarto dei degenti. Purtroppo il virus, come è successo un po’ dappertutto, è penetrato in struttura, anche se più in ritardo e nonostante tutti gli accorgimenti preventivi assunti.

«Nonostante la situazione difficile – aggiunge il dr. Pavoni – ho notato una grande responsabilità e senso di abnegazione da parte di tutti, operatori e dirigenza, segni di grande attenzione e affetto nei confronti dei nostri ospiti».        

A Niguarda               

Dalla sua postazione nel reparto di Ostetricia dell’Ospedale Niguarda, il dottor Antonio Canino, ginecologo che abita a Precotto, ci fornisce una dimensione inedita e poco trattata finora dai mass media, quella delle donne in gravidanza: «L’anno 2020 non verrà dimenticato facilmente… A partire dalla fine di febbraio contro il Nord Italia, e in particolare contro la nostra Lombardia, si è scatenato un vero tsunami di dolore e morte generato da una piccolissima creatura, la più piccola immaginabile, un virus nuovo, un coronavirus mai visto sulla Terra, molto infettivo e capace di gravi complicanze, contro cui nessuno possiede ancora valide difese immunitarie.

«Per noi medici sono stati forse i mesi più devastanti nella nostra carriera. Ospedali in poche settimane sconvolti nella loro organizzazione e funzione. Decine di reparti chiusi in pochi giorni e riconvertiti  per il ricovero di  malati  Covid-19. La situazione logistica più complessa si è avuta nelle terapie intensive, in cui i letti sono stati saturati in poche settimane da malati in grave crisi respiratoria. L’Ospedale di Niguarda, dove lavoro in reparto Ostetrico, è riuscito ad attrezzare in pochissimo tempo 5 terapie intensive, utilizzando letti e respiratori acquistati dalle istituzioni pubbliche o offerti da associazioni filantropiche.

«Per fortuna il Covid-19, se infetta una donna gravida, raramente dà origine a gravi conseguenze cliniche, come invece può succedere se infetta un anziano con una o più patologie croniche in corso. La cosa importante è che non si trasmette al feto tramite la placenta e se eventualmente il neonato si infetta subito dopo la nascita, l’infezione trascorre in pratica asintomatica.

 «A Niguarda attualmente tutte le gestanti che entrano in regime di ricovero vengono testate con un tampone naso-faringeo. Se il tampone risulta positivo al coronavirus (per fortuna in pochi casi) le gestanti vengono dirottate verso strutture adibite ad hoc (alla Clinica Mangiagalli e all’Ospedale Sacco). I mariti possono entrare in sala parto e tenere compagnia alle partorienti, chiaramente il tutto in sicurezza indossando particolari dispositivi di protezione (guanti, maschera, cappellino e camice idrorepellente).

«Attualmente l’infezione virale è in apparente fase di regressione, dovuta all’aumento delle temperature e alla fisiologica curva di decrescita che si genera dopo un picco infettivo ed epidemico. La grande incognita è se il Covid si ripresenterà  in autunno, stagione più adatta alla diffusione di epidemie di tipo influenzale e respiratorio. Lo sconvolgimento sociale ed economico generato dalla pandemia è sotto gli occhi di tutti, ma sicuramente questi momenti difficili e di privazione serviranno a farci crescere e ad apprezzare ancora di più quelle tante cose che in un passato prossimo pensavamo scontate e dovute».

I pazienti non Covid

La nostra riconoscenza verso medici e operatori sanitari è fuori discussione.  Ma che ne è dei pazienti bisognosi di altre cure? Secondo una reumatologa che ha l’ ambulatorio in zona:

«Molti malati reumatici  inizialmente  non riuscivano più a rivolgersi a chi li seguiva presso le strutture alle quali abitualmente afferivano. Per un momento anche noi medici abbiamo temuto che gli altri “malati non Covid” non potessero più curarsi e farsi curare.

Ho dovuto affrontare anche le paure dei malati reumatici che si ritenevano bersagli certi del virus sia in relazione alla loro malattia  sia in relazione alle loro terapie abituali. La paura dei primi giorni mi è parso si sia convogliata nella saggia richiesta di poche norme comportamentali di prevenzione e nell’aggiustamento anche delle dosi terapeutiche dei farmaci assunti.

Molti farmaci reumatologici sono entrati nella sperimentazione delle terapie per il Covid-19 e sono stati difficilmente reperibili; per fortuna solo per pochi giorni. Le aziende produttrici, dopo gli iniziali disservizi, hanno provveduto abbastanza celermente a non far mancare ai malati reumatici i loro presidi.

Sono sempre più convinta, dopo questa esperienza, che il concetto di salute sia ampio e che la fiducia nel proprio medico di riferimento e il potersi confrontare con lui siano già parte fondamentale della cura.

Una nota a parte merita la vicinanza telefonica con alcuni colleghi specialisti e medici di famiglia, che veramente sono stati veri medici “di famiglia”, oltre che professionalmente bravi con i pochi mezzi a disposizione».

I consigli del medico

Riprende il dott. Pavoni: «Il nostro quartiere si è ripopolato, i ragazzi hanno iniziato a uscire e una parvenza di ritorno alla normalità la stiamo respirando; tuttavia ho notato, e non solo in chi passeggia in compagnia ma anche in chi accede all’ambulatorio medico, un uso spesso scorretto della mascherina la quale, per essere utile, deve necessariamente coprire naso e bocca. Nella delicata fase che stiamo vivendo è estremamente importante che tutte le persone siano consapevoli che il virus è ancora fra di noi e ad oggi non esistono prove scientifiche che esso abbia perso di potenza. Non è escluso che accada ovviamente, ma ad oggi la minor quantità di pazienti gravi è strettamente correlata alla diminuzione dei contagi avvenuta grazie alle severe misure prese nella fase di lockdown. Il consiglio che mi sento di dare quindi è proprio questo: non abbassare assolutamente la guardia affinché la fase 2 abbia successo e ci garantisca un prossimo futuro meno complicato evitando di ricadere nella tragica situazione che abbiamo appena superato».

Grazie a tutti voi, operatori sanitari, che combattete ogni giorno per la nostra salute!                                                                                                                       

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