A colloquio con Emilio Isgrò, artista, poeta, scrittore e giornalista

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«Un artista deve andare dove c’è bisogno di lui»

 

di   Loredana Cattabriga

Per chi non conoscesse Emilio Isgrò, possiamo dire che non è semplicemente un artista conosciuto internazionalmente, ma è l’arte stessa.

Scrittore, poeta, giornalista e artista, è stato presente alla Biennale di Venezia diverse volte, al  MoMA di New York, è parte della collezione Guggenheim, ha esposto a Istanbul, Londra, Bruxelles, Parigi, un suo autoritratto si trova alla Galleria degli Uffizi  a Firenze… insomma, basta una rapida occhiata su Wikipedia per capire con quale persona abbiamo a che fare.

Lo intervistiamo nel suo bellissimo studio-archivio, allestito insieme alla moglie Scilla in una traversa di viale Monza, tra Rovereto e Pasteur, dove lavora e accoglie studenti e giornalisti con la tipica signorilità siciliana che lo contraddistingue, con un sorriso sornione e gli occhi come il mare.

 

Il primo ricordo artistico?

«Il primo ricordo artistico in senso stretto - perché avevo cominciato scrivendo libri di poesia che risalgono al 1956 - sono le prime cancellature, del 1964 e le poesie di “Silico Volkswagen” (che tra l’altro fecero infuriare la fabbrica di automobili tedesca e anche la Chiesa, per via della frase: Dio è un essere perfettissimo come una Volkswagen che… Ndr). La mia memoria è legata a quello, quando da una produzione puramente letteraria sono passato a una produzione pittorico-visiva».Emilio Isgrò 14

È stato un caso oppure una cosa cercata?

«È stata una cosa cercata. Cercata come sono queste cose, un po’ inconsciamente. A un certo punto mi resi conto che la parola umana non bastava più a contrastare una comunicazione mediatica di tipo sostanzialmente visivo:  televisione, cinema e, in tempi più recenti, Internet. E allora la cancellatura fu fatta non per cancellare la parola, ma per sottolineare un problema che si poneva e che la società globalizzata mostra con sempre più evidenza».

La migliore ispirazione?

«Beh, la migliore ispirazione è quella che nasce senza che tu te ne accorga, perché nasce nel mondo, nasce da sottoterra e non sai da dove viene. Se sai da dove viene, a volte, è un po’ deludente».

Intende dire che bisogna farsi prendere dall’ispirazione e non andarla a cercare?

«Esatto. La migliore ispirazione è quella che non c’è».

Il suo rapporto con la tecnologia

«Mah, non è di repulsione, ma neppure di amore cieco e assoluto. Gli artisti ne fanno a volte un buon uso e a volte un cattivo uso, perché molti di loro pensano che, adottando certe tecnologie come il video, producono opere molto importanti. Ma in effetti fanno tutti le stesse cose, perché utilizzano i programmi che le tecnologie offrono e che sono uguali per tutti».

Un po’ come la videoarte che in fondo non è mai decollata davvero

«Perché la produzione in genere era scadente».

Milano e l’arte. Milano è una città in cui si può diventare artisti, vivere d’arte?

«Io direi che, non solo in Europa, ma nel mondo, Milano è certamente una delle città in cui un artista può crescere e svolgere con serenità il proprio lavoro, perché c’è un numero di appassionati  e collezionisti sufficiente.  Non è un caso che negli anni ’70 del secolo scorso, Milano con New York era la città più forte, più della stessa Parigi. Adesso ci sono le premesse perché  torni  ad esserlo».

E cosa pensa di chi dice che se i giovani vogliono fare gli artisti, devono andare all’estero, a Londra, Parigi, New York…

«No, a New York si può andare per qualche settimana, viverci qualche mese per avere esperienza. Un tempo era indispensabile andare a New York perché il mercato di un certo tipo era soprattutto lì, ma con l’informazione che abbiamo oggi, quel che accade a New York lo so in tempo reale a Milano. Nel ‘700 un tedesco che volesse conoscere le opere di Michelangelo doveva venire in Italia, oggi io non ho bisogno di andare a New York per vedere Andy Warhol, lo vedo qui. Anche perché la cultura si può produrre dovunque. Un conto è diffonderla, ma in una società globalizzata si spera che la nostra arte sia in grado di difendersi, come la nostra cucina, come la nostra moda. Anzi, penso che l’arte dovrà diventare la punta di diamante della ricerca contemporanea in Italia, la punta più aguzza. E il fatto che in questo quartiere di NoLo e più in generale di zona 2, ci siano tanti artisti la dice lunga.

Prosperano quelle società in cui, a un certo punto, gli artisti si fanno vedere e sentire. Magari con i loro sogni, le loro ingenuità se sono giovani, ma creano fermento sociale».

Emilio Isgrò 01Quindi gli stimoli si trovano anche in periferia.

«Certamente, prenda per esempio le grandi avanguardie tedesche, sono sorte ugualmente anche se non erano trapiantate a Parigi, veda Monaco, Colonia, Berlino. Così in Italia, che era un popolo considerato periferico, e che ai primi del ‘900 ha prodotto un fenomeno come il Futurismo, che è paragonabile ai grandi fenomeni della cultura universale di tutti i tempi. Certo l’appoggio di Parigi serviva anche allora per la diffusione, la divulgazione, ma creare si può dovunque.

Aggiunga che, come con il muoversi degli aerei che trasportano frutta e verdura dai tropici alle fredde nebbie padane, non vedo perché non possano trasportare anche quadri  verso New York o Londra.

Il problema, o meglio, la vera sfida è questa: saranno i nostri mercanti capaci di fare per l’arte quello che ha fatto Farinetti (fondatore della catena Eataly con punti  vendita a Los Angeles, Toronto, Londra… Ndr) per la cucina, o Armani per la moda?  Dico questo, non perché io sono un artista, la vita la conosco, ma perché so che se tu produci soltanto servizi importanti ma comunque non di alta tecnologia intellettuale come è la ricerca artistica, sei condannato a una certa subalternità. Mentre gli artisti italiani tutti  hanno un talento speciale, che deriva dal fatto stesso di essere nati sotto il tempio di Segesta, sotto Santa Maria Novella, a due passi dal Cenacolo… anche un operaio  non sarà mai come un contadino del Texas che nasce nel vuoto culturale assoluto. È come essere nati in un libro, quindi c’è questo privilegio».

Conoscevo una professoressa di storia dell’arte che asseriva non si dovesse abitare in periferia, ma a fianco del Cenacolo o di Sant’Ambrogio perché, secondo lei, l’occhio si deve abituare al bello e il bello ti fa crescere.

«Diceva qualcosa di giusto, di accettabile, però voglio dire che l’arte a volte si fruisce distrattamente, si guarda con la coda dell’occhio. Nessuno legge tutti i libri che ci sono, ma stai tranquillo che la Divina Commedia, se ce l’hai in libreria, anche se non la leggi ti parla dentro, ti entra attraverso i pori».

Parliamo di questa zona e del suo studio.

«È uno studio che io vorrei donare alla collettività, alla città, poi vedremo. Naturalmente adesso io e mia moglie ci viviamo, qui abbiamo i nostri collaboratori, in questo spazio vengono gli studenti da Milano, da tutta l’Italia e anche da fuori, dalla Cina, dagli Stati Uniti per le loro tesi di laurea, a vedere le “cancellature” e fornisco loro gli archivi e qualche visita guidata. Quindi questo non è un museo, è un centro culturale, un luogo di studio».

E come mai la scelta di questa zona diciamo periferica?

«Mah guardi, quando siamo arrivati mia moglie ed io, questa zona effettivamente poteva sembrare un po’ fuori, un po’ periferica. Noi siamo qui da non so quanti anni (dal 1965, con una breve interruzione dal 1960 al 1967 in cui ha vissuto a Venezia come responsabile delle pagine culturali del Gazzettino Ndr), ma adesso non è più di fatto una zona periferica. Noi prima abitavamo alle corti di Baires, ma a me piace di più qui. Sono felice di aver scelto questo luogo».

Lo chiedevo perché, nell’immaginario collettivo, una personalità del suo calibro la si immagina in una qualche zona centrale e prestigiosa.

«Penso che anche se un artista se lo potesse permettere, non andrebbe mai ad abitare in Sant’Ambrogio per esempio. Quello lo fanno gli artisti che hanno bisogno di farsi vedere, di  mostrarsi. Un artista va cercato. Si deve far vedere il giusto, ma non troppo. E poi è bello per un artista aiutare una zona a crescere. Un artista deve andare dove c’è bisogno di lui. In via della Spiga con tutti i negozi d’alta moda che ci sono, che ci va a fare un artista?»

L’ultima mostra che ha visto o quella che l’ha maggiormente colpita fra le ultime che ha visitato?

«Le vedo un po’ tutte, ma le dirò che quella che più mi ha colpito in questi ultimi tempi è stata quella di Ferdinando Scianna a Venezia. Bellissima. Uno dei più grandi fotografi a livello mondiale».

Da un’isola come la sua Sicilia a Milano.

«Per noi siciliani, venire dalla Sicilia a Milano è pressoché naturale. I siciliani di razza non vanno mai, per esempio, a Roma, perché hanno bisogno di porre una distanza reale tra il proprio mondo di provenienza e il mondo di approdo. Roma ha gli stessi caratteri della Sicilia, tra cui una certa inclinazione a prendere le cose con troppa condiscendenza, forse. Milano è una città che ti mette alla prova di più. E per un siciliano che ci è portato è l’ideale. Tanto è vero che i miei amici, nessuno dei quali è nato a Milano ma che comunque sono originari del nord Italia, si sono sempre meravigliati  che io abbia più amore per la puntualità di loro. Cioè, per tante cose sono io più lombardo di loro. Quasi ossessivo».

La parola salverà il mondo?

«Il mondo lo salveranno gli uomini ed essendo gli uomini i soli esseri  parlanti, lo salveranno con le parole. Chi ha la parola può ancora vincere, per questo io l’ho cancellata e l’ho preservata dall’uso, dall’abuso e dall’usura».

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